Uno studio di Cosimo Colazzo su musica e potere, su musica e censura, e sul linguaggio compositivo di Galina Ustvolskaya, all’Università di Copenaghen

6 giugno 2013a8 giugno 2013

Uno studio di Colazzo su musica e potere, su musica e censura, e sul linguaggio compositivo di Galina Ustvolskaya, compositrice di Leningrado, che ha vissuto il clima della censura staliniana delle arti e della cultura, viene presentato il prossimo 7 giugno all’Università di Copenaghen, nell’ambito di un importante Convegno internazionale dedicato ai temi della creatività musicale e della censura politica. Nella sua ricerca Colazzo evidenzia il rapporto perverso che si crea tra censura e creatività nel linguaggio ridotto, fatto di ossessive ripetizioni, e a volte esploso in violenti cluster, della compositrice.

“La donna col martello”. Con questa immagine è stata anche sintetizzata l’esperienza musicale e creativa di Galina Ustvolskaya, compositrice di Leningrado, nata nel 1919 e morta in tarda età nel 2006. Allieva di Dmitrij Shostakovich, si è poi allontanata dall’ex maestro, di cui non ha condiviso la tendenza alla manipolazione dei linguaggi, alla stratificazione e all’occultamento del proprio personale linguaggio, della verità artistica, per evitare scontri problematici con il potere sovietico.

Della musica di Galina Ustvolskaya si occupa uno studio di Cosimo Colazzo (docente di Composizione al Conservatorio di Trento e membro dell’équipe del CESEM, centro di ricerca dell’Universidade Nova di Lisbona) dal titolo “Censorship and Creativity: Ustvolskaya’s compositional language” (Censura e creatività: il linguaggio compositivo di Galiana Ustvolskaya), che viene presentato il prossimo venerdì 7 giugno all’Università di Copenaghen, dove, dal 6 all’8 giugno si tiene un importante convegno internazionale dal titolo “Researching Music Censorship conference”

Il Convegno è organizzato da una rete internazionale della ricerca, che si occupa dei temi dei rapporti tra musica e potere, tra musica e censura. Questa rete riunisce soprattutto università e ricercatori dell’area nord-europea, fondamentalmente da quattro paesi, e cioè Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia. Ma è allargata anche ad altri autori e ricercatori che da altri ambiti hanno sviluppato studi sui temi che costuiscono il focus del progetto.

In questo senso si colloca l’intervento di Colazzo, che tra i suoi interessi di studioso annovera anche quelli dei rapporti tra musica e società, tra musica e politica. Inoltre tra gli autori che tratta, dal punto di vista analitico-compositivo, e anche come interprete, c’è la Ustvolskaya, rispetto a cui risulta necessario approfondire le questioni dei rapporti tra arte e politica in epoca staliniana e più ampiamente sovietica.

Shostakovich costituisce l’esempio di un autore che ha subito il peso della censura (in due occasioni soprattutto, negli anni ’30 e negli anni ’40), venendo accusato, per la sua musica, di essersi allontanato dallo spirito nazionale e dalla cultura del popolo sovietico. Egli ha sviluppato, in queste occasioni, che erano mortalmente rischiose per lui (dietro l’angolo c’era il carcere, il gulag), la capacità di introiettare le accuse, di fare ammenda, sviluppando nel contempo un linguaggio che si innerva della capacità della stratificazione, dell’occultamento. In superficie certi aspetti prediletti dal potere, ma poi contesti che li rivelano nel loro carattere artefatto, e quindi l’attivazione dell’ironia e del sarcasmo.

Ustvolskaya, che è stata allieva ammirata di Shostakovich, si allontana presto dal maestro. Non condivide quest’atteggiamento, che gioca sul piano della duplicità, della doppiezza. La sua moralità è compatta e assoluta. L’arte è dedizione assoluta. L’individuo è solo. La solitudine sa presentare la possibilità di un linguaggio autentico, che l’artista deve ricercare per tutta la vita. Perciò ha ammesso poche opere nel suo catalogo. Le altre, anche quelle di occasione, scritte per sopravvivere (e non mancano di celebrative del potere sovietico), le ha distrutte.

Il suo linguaggio, in questa tensione utopica verso l’assoluto e la verità, si fa essenziale. E’ molto ridotto, poverissimo, scarno. C’è una forte censura rispetto a ogni espressività, a ogni mediazione, che possa allontanare dal centro utopico della verità ricercata. In questo senso – sostiene lo studio di Colazzo – si crea un transito paradossale tra la censura politica e sociale del contesto della vita ordinaria della Ustvolskaya (che è sempre rimasta nella sua Leningrado, e solo in tarda età ha viaggiato in qualche rara occasione all’estero, per seguire qualche concerto con sue musiche), e la sua creatività, che continuamente mette in discussione ogni acquisizione, per ridurla, relativizzarla. C’è una forte censura, da parte della compositrice, dell’io e della sua espressività. Perché l’obiettivo è sempre oltre. Evita, per questo, ogni ridondanza, ogni compiacimento. Ripete soprattutto. L’ossatura delle figure è scheletrica. Il suo linguaggio diventa quasi petroso, quasi afasico nella rinuncia a ogni espressività che veli il senso ultimo delle cose. La sua musica è continuamente interrogativa. Per questo attinge a cluster violentissimi e ribaditi senza sosta, sin quasi a generare un rifiuto del tempo, dell’ascolto. E’ un’esperienza limite, che tiene in un paradossale rapporto la radice russa del nichilismo e una vocazione spirituale verso l’Altro radicale, il Dio che ci è ignoto e che solo in queste forme, assolutamente non logiche, non mediate, può essere raggiunto.

A partire da questo collegamento:

Il programma generale del Convegno.

Gli abstract di tutti gli interventi, tra cui quello di Colazzo.